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Eroi di Puglia: Michele Piccirillo

2 Ago 2021 | Approfondimenti

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Eroi di Puglia: In carriera ha trionfato 50 volte su 55 incontri, di cui 29 per ko, vincendo tutto quello che era possibile vincere a livello italiano, europeo e internazionale, in varie categorie di peso e differenti cinture. Parte da Modugno, in Puglia, l’entusiasmante epopea di Michele Piccirillo, il pugile gentiluomo, nato sul ring e cresciuto con uno stile di combattimento elegante e un fair play impeccabile: è lui il nostro Eroe di Puglia di questo mese.

Eroi di Puglia - Michele Piccirillo

Eroi di Puglia: Tirando al sacco con papà

Modugno, anni ’70. Da circa un decennio il boom economico italiano sta trasformando questa piccola cittadina alle porte di Bari in uno dei più importanti poli industriali della Puglia. A grandi aziende statali o private come Coca Cola, Breda, Manifatture Tabacchi o Pignone si aggiungono Philips, Bosch, Fiat, Osram, Palmera, Firestone e tantissime altre medie e piccole imprese che, dando lavoro ad oltre 20000 famiglie, costituiscono la forza motrice dell’hinterland barese.
La popolazione di Modugno triplica in brevissimo tempo tanto da far sorgere un nuovo quartiere, denominato Santa Cecilia, praticamente adiacente al quartiere San Paolo di Bari, a ridosso della zona industriale. La retorica del progresso e del benessere attraverso lo sviluppo industriale non lascia spazio a tematiche ambientali, urbanistiche, paesaggistiche. Men che meno a quelle per la salute o alle conseguenze che una crescita demografica non disciplinata da piani regolatori e sociali potesse avere sulla cittadinanza. Modugno diventa così un agglomerato urbano di rilevanza strategica ma dalla densità abitativa altissima, con i relativi disagi che ciò comporta in tutte le periferie metropolitane del mondo. Ed è proprio in questo tipo di contesti che lo sport rivela la sua fondamentale importanza sociale quale antidoto alla devianza e alla criminalità.
La palestra di Scipione Piccirillo è uno dei punti di riferimento della Modugno di quegli anni, in cui tanti ragazzi trovano rifugio infilandosi i guantoni e tirando di boxe anziché perdersi per strada. È qui che il giovane Michele, figlio del maestro Scipione, a soli quattro anni comincia a prendere confidenza col ring proprio grazie a papà Scipione, che lo avvia alla nobile arte diventando il suo primo allenatore. Michele si sfina, cresce magrolino e non particolarmente alto, ma il diretto sinistro fulmineo è la freccia principale della sua ampia faretra tecnica, che gli consente di creare combinazioni entusiasmanti all’insegna dell’eleganza, della pulizia e della precisione. Così si guadagna il soprannome di Gentleman, mettendo in mostra il suo immenso talento già da dilettante, facendo incetta di medaglie nei maggiori tornei internazionali e divenendo ben presto un punto fermo della Nazionale.



La rincorsa ai Cinque Cerchi

Entra nel giro azzurro diciassettenne, nel 1987, debuttando con una vittoria ai punti in Irlanda contro Brian Geraghty. Nei vari ritiri stringe un bel legame d’amicizia con un altro ragazzo che farà molto parlare di sé nel pugilato italiano: Giovanni Parisi. Alle soglie delle Olimpiadi di Seul ’88, entrambi sono sulla cresta dell’onda e sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori, che provano a incrinarne il rapporto inscenando a mezzo stampa una rivalità su chi dei due avrebbe meritato di prendere parte ai Giochi. Il commissario tecnico Franco Falcinelli, però, è uno che sa il fatto suo. Michele è reduce dall’argento agli Europei Juniores che però gli è costato un infortunio alla mano. Il pugliese non è tipo da tirarsi indietro ma il ct sa che il rischio di bruciarlo è molto alto. Inoltre, la partecipazione olimpica implica l’immediato passaggio al professionismo, uno step che Falcinelli ritiene possa essere più adeguato per il percorso di Parisi, tre anni più grande di Piccirillo. Il disegno di Falcinelli è dunque chiaro: a Seul ’88 ci va Parisi, ma l’atleta su cui la federazione punterà tutto per le Olimpiadi 1992 sarà Michele Piccirillo.
Per il Gentleman di Modugno inizia un quadriennio di sacrifici e di vittorie. In patria è imbattibile (cinque volte consecutive campione al Trofeo Italia dall’87 al ’91) ma anche oltre confine si fa più che rispettare conquistando diverse medaglie d’oro, d’argento e di bronzo. Il suo jab è un’arma formidabile per prendere le distanze dall’avversario, spezzandone i movimenti e costringendolo a cercare altri modi per rompere la guardia: il momento perfetto per colpire.
Le qualificazioni olimpiche del 1992 a San Pellegrino (BG) sono una pura formalità: Piccirillo si sbarazza facilmente di Rostovic, Gough, Richardson, Kjall e Szucs, l’ungherese contro cui aveva vinto il primo oro fuori dall’Italia due anni prima. Come previsto da Falcinelli, è lui la punta di diamante tra tutti i pugili della Nazionale che si sono qualificati per Barcellona ’92: l’unico che, realisticamente, potrebbe mirare al podio. Nel villaggio olimpico Michele vive il sogno di incontrare i migliori atleti di tutto il pianeta ma sa che nel pugilato è lui uno tra i più quotati.
Contro i colpi della sfortuna, però, non c’è difesa che tenga. L’avventura olimpica di Piccirillo finisce già al secondo turno a causa di un malore che gli impedisce di combattere nel pieno delle forze: la beffa dell’eliminazione avviene per mano dell’islandese Jyri Kjall, avversario alla portata che infatti il pugliese aveva già agilmente sconfitto nelle qualificazioni. Un epilogo amaro per la sua carriera dilettantistica ma che contribuisce a forgiare un carattere caparbio e determinato col quale si approccia al mondo del professionismo.

Quattro anni imbattuto

Eroi di Puglia - Michele PiccirilloLa sua parabola professionistica ha inizio a Ponte San Giovanni, vicino Perugia. Qui debutta contro l’ucraino Valery Monakhov mandandolo ko alla quinta ripresa. Seguono altre due vittorie per knock out, a Sanremo contro Olah e nella sua Bari contro Lakicevic. Un esordio sfavillante che gli apre le porte di palcoscenici più importanti: il quarto incontro è in Francia, a Le Cannet, dove manda subito per terra il tunisino Tahar Nasrsi per poi ripetersi al PalaEur di Roma contro il malcapitato peruviano Victor Melendez. Nonostante gli avversari si facciano via via più forti, Piccirillo non conosce sconfitta e nel 1994, dopo essersi imposto come uno dei migliori pesi leggeri al mondo, a Campiglia Marittima (LI) incrocia i guantoni col messicano Manuel Hernandez per il titolo intercontinentale IBF: ed è ancora trionfo per ko. Una cintura che in tanti, tra il ’94 e il ’95, proveranno a strappargli senza successo: da Baranov a Martinez fino ad Alicea, mentre arriva anche l’ennesimo titolo italiano a Latina contro Palmiero.
Bisogna attendere il 1996 per poter scrivere per la prima volta la parola sconfitta sul curriculum da professionista di Michele Piccirillo. Pronto per il salto definitivo, il pugile pugliese tenta l’assalto al titolo europeo EBU nella categoria superleggeri. Ad Aallborg, in Danimarca, si trova faccia a faccia con l’idolo di casa Soren Sondergaard, forte di 39 vittorie, un pareggio e una sola sconfitta. Nonostante i colpi del più scafato avversario, l’italiano proprio non ne vuole sapere di andar giù e tira il match per ben 12 riprese. A quel punto, l’esperienza del danese ha la meglio e gli consegna una sudata ma unanime vittoria ai punti. Michele esce dal ring a testa altissima e con una rinnovata convinzione: è pronto a passare nei welter.

Un’ascesa senza riflettori

Dopo altre sette vittorie tra i superleggeri (tra cui ancora una volta il titolo italiano), a fine ’97 si laurea Campione d’Europa nella nuova categoria di peso mandando ko l’inglese Geoff McCreesh. Conquistato il titolo continentale, per salire sul tetto del monmpo le pagine delle testate sportive: Duran, infatti, oltre ad essere campione uscente, è un boxeur di fama internazionale ma già trentatreenne. Nonostante la differenza d’età, però, Piccirillo è consapevole di aver incontrato e battuto molti più pugili di grande spessore rispetto al suo avversario ed è convinto di poter far valere sul ring questo vantaggio. Ne nasce un match adrenalinico, spettacolare e molto rapido, sia nei colpi sia nella durata. Duran va al tappeto alla quinta ripresa e grazie all’ennesimo ko tecnico Michele diviene per la prima volta Campione del Mondo.
Un titolo che dovrà difendere per ben due volte nello stesso 1998, prima battendo l’argentino Saporiti e poi concedendo il bis (stavolta con decisione unanime ai punti) nella rivincita a Bari contro Duran. Nel tentativo impossibile di strappargli la cintura iridata, nel 1999 cadono nell’ordine Acuna, Coggi, Vasconcel e Randall, così come nel 2000 Crucce e Murray. Quest’ultimo incontro è tra quelli ricordati con maggior affetto da Piccirillo, perché svoltosi all’aperto in Piazza Prefettura a Bari e chiuso con un sinistro micidiale che manda al tappeto il guyanese al nono round: “Il pubblico pugliese è meraviglioso. Quando nel 2000 ho combattuto in Piazza Prdo Piccirillo avrebbe dovuto sfidare nel maggio ’98 Alessandro Duran in un derby tutto italiano a Catania. L’incontro per la cintura WBU occupa per diverso tefettura a Bari l’ho fatto senza un vero compenso, solo per l’emozione di stare nella mia città. Vincere quell’incontro è stata una grande soddisfazione”. Piccirillo, infatti, si battè per la gloria in quanto il comune di Bari ritirò all’ultimo minuto il patrocinio dell’evento lasciando tutta l’organizzazione senza budget. Pur di mandare in scena lo spettacolo, Michele rinunciò in pratica alla sua borsa nonostante gli scarsi introiti che i pochissimi match disputati gli garantivano, anche a causa della crisi finanziaria del duo Sabbatini-Spagnoli, i manager che si occupavano di organizzargli i principali incontri su suolo italiano.
Abbastanza per considerare la sua carriera a un punto morto: zero considerazione da parte delle tv, poca visibilità della sigla WBU di cui era ancora campione e, soprattutto, insufficienti guadagni, lo convincono a cambiare aria. Si rivolge a un suo vecchio amico ad Ancona, Vladimiro Riga, che attraverso Piero Santini – contatto americano che sfruttando la sua conoscenza con Don King aveva già portato negli Usa Rosi e Parisi – gli organizza un appuntamento a Miami. A marzo del 2001, Piccirillo vola negli States e poco dopo arriva la clamorosa notizia che nessuno si aspetta: il pugile barese ha firmato per Don King.

Da Piazza Prefettura al Madison Square Garden

Da Francesco Damiani a Giovanni Parisi passando per Gianfranco Rosi, tutte le precedenti esperienze di atleti italiani che si erano confrontati col manager pugilistico più famoso al mondo non erano andate a buon fine. Eppure il cosiddetto “santo protettore della boxe” decide di puntare su di lui, confidando nel suo talento e nella volontà di dare una svolta alla sua carriera: “Piccirillo è un ottimo pugile, spettacolare e concreto– dichiara – un eccellente ragazzo che meritava questa chance: sono sicuro che saprà sfruttarla”.
Il programma del pugliese è ambizioso: tre match con Don King entro l’anno e poi il ritiro, con il Mondiale dei welter Ibf come ciliegina finale. E la remunerazione è da numeri 1: 150 milioni di lire per il primo incontro, 250 per il secondo, 1 miliardo per il Mondiale. “So che non sarà facile, ma io credo in me stesso: questa è la mia ultima chance” dichiara prima di salire sul ring contro il venezuelano Ortiz, il primo dei due incontri organizzati da Don King in collaborazione col “grande vecchio” della boxe italiana, Salvatore Cherchi.
Nel giro di un anno, Piccirillo si ritrova da Piazza Prefettura a Bari al tutto esaurito del Madison Square Garden di New York, il tempio mondiale della boxe. E a Bari erano anche iniziate le riprese per un documentario su di lui intitolato Una Vita Di Pugni, che però non verrà mai prodotto. Questo però Michele non può ancora saperlo il 12 maggio 2001 mentre incrocia i guantoni con Ortiz. Il boxeur di Modugno vince i primi 4 round facendo innervosire l’avversario al punto di ricevere una testata. Il dottore non gli dà l’autorizzazione a continuare (gli verranno applicati poi ben 22 punti di sutura) e l’arbitro conclude il match con un no contest nonostante la scorrettezza e la violenza del gesto.
Il 29 settembre, sempre al Garden di Manhattan, è la volta del colombiano Pineda, pugile dal grande curriculum e capace di attaccare con entrambe le mani. La contesa rimane aperta fino all’ultima ripresa, ma alla fine i giudici assegnano all’italiano la vittoria unanime ai punti. È un trionfo: adesso Michele Piccirillo vuole far vedere a tutto il mondo quanto vale conquistando il titolo Mondiale dei Welter e con esso il riconoscimento internazionale che gli è sempre mancato.

La sfida più difficile

Michele Piccirillo affronta la sfida più importante in carriera con uno staff di quattro persone che lui chiama “la mia famiglia”: Vincenzo Maiorano, Sumbu Kalambay, Scipione e Vincenzo Piccirillo. Il fisioterapista Maiorano fa coppia con lui ormai da anni seguendolo praticamente a tempo pieno, ma è soprattutto un amico a cui Michele ha fatto anche da testimone di nozze: “Michele si allena due volte al giorno tutto l’anno: se non avesse scelto la boxe sarebbe emerso in qualsiasi disciplina. Per il Mondiale la preparazione si è svolta a Modugno senza particolari problemi fisici, ogni tanto qualche acciacco alle caviglie ma tutto nei limiti, nessun intoppo, nessuna seduta saltata: Michele è in forma straordinaria”.
A guidare Piccirillo all’angolo ci sono papà Scipione e Sumbu «Patrizio» Kalambay, ex re dei medi Wba ora insegnante a Porto S. Elpidio. “Michele è un atleta modello, intelligente tatticamente e i miei suggerimenti non restano inascoltati”, spiega Kalambay, che con Scipione studia anche gli avversari in videocassetta per fornire un parere tecnico, visto che Michele non vuole assolutamente vedere i suoi rivali in azione prima di affrontarli sul ring.
L’ultimo asso del poker è suo fratello Vincenzo, buon peso piuma dilettante che ha mollato con la boxe per gestire la rosticceria di famiglia ma che continua a seguire da vicino la preparazione di Michele facendogli da sparring partner. 
Il 13 aprile 2002 Michele “Gentleman” Piccirillo contende la cintura Mondiale IBF all’americano Cory Spinks. Avversario blasonato, è figlio di Leon Spinks – un peso massimo che riuscì a battere perfino Muhammad Alì per due volte – e nipote di Michael Spinks, primo mediomassimo ad imporsi a livello mondiale tra i pesi massimi. Oltre all’eredità di estremo rilievo e alla giovane età (24 anni), Spinks porta in dote la cintura Usba, un record quasi immacolato (16 vittorie e una sconfitta) e il numero 2 delle classifiche Ibf. Mancino, ama portare il match per le lunghe e per questo raramente finisce ko. A maggior ragione il barese punta a sorprendere la sua boxe di rimessa con potenza ed aggressività.
Inizialmente la finale doveva svolgersi negli USA contro il più temibile Vernon Forrest, che ha invece preferito prendersi il Mondiale WBC da Shane Mosley. Piccirillo è già pronto a volare in America quando Salvatore Cherchi spunta una partnership col Casinò di Campione d’Italia. Spinks non gradisce lo spostamento e costringe il suo manager, Bob Arum, a un nuovo infruttuoso colloquio con Don King: l’incontro si disputerà in Italia. Peccato che il Casinò riservi la visione solo ai 400 tra i suoi clienti. Tutti gli altri, circa un milione e mezzo di spettatori, seguiranno la diretta su Rai2: un evento eccezionale se si considera che all’inizio degli anni 2000 il pugilato era un tabù sulle reti televisive italiane.

Campione del Mondo…

Scrive Riccardo Crivelli sulla Gazzetta dello Sport: “Quando il brusio si trasforma in urla tonanti, non c’è muro del Casinò che non abbia capito: Don King sta salendo le scale, atteso come il Messia e come il Messia circondato da una folla adorante. Tutti lo vogliono, tutti lo cercano, stringe mille mani e accetta di posare per mille fotografie, tra signore ingioiellate e pugili di belle speranze abituati a conoscerlo solo attraverso la tv. Del resto, la Sala del Caminetto ribolle di una passione mai vista negli ultimi anni in Italia per la boxe e tanti di quelli che hanno parcheggiato perfino in Svizzera per non mancare, sono qui quasi esclusivamente per lui”.
Don King sa di essere la star della serata, si prende i riflettori per togliere la pressione di casa a Piccirillo e degna Spinks solo di un saluto di circostanza, vista anche l’inimicizia di lunga data con Bob Arum, di cui Cory è una delle speranze più concrete. Una rivalità emersa anche nella riunione tecnica della vigilia, durante la quale il clan di Spinks chiede di utilizzare i propri guanti (per via di un contratto di sponsorizzazione) di un brand differente da quelli di Piccirillo. Per regolamento, però, i guanti devono essere della stessa marca e alla fine sarà Don King a imporsi facendo usare quelli dell’italiano.
L’incontro è intenso, vibrante: Cory Spinks si rivela subito più ostico del previsto. Il mancino agile e tecnico dell’americano fa vacillare le certezze di Cherchi e Don King specialmente nel secondo e nel settimo round, quando Gentleman accusa colpi ai limiti della regolarità rischiando il peggio. Ma reggendo l’urto, con pazienza e mestiere, legando quando necessario e tentando la rimonta nelle ultime riprese per recuperare lo svantaggio accumulato. E alla fine, il verdetto della giuria è unanime: Michele Piccirillo entra definitivamente tra i grandi della boxe diventando campione del mondo dei pesi welter versione IBF. Un titolo che in passato era sfuggito a pugili del calibro di La Rocca, Stecca, Duran e Parisi e che il pugliese ottiene sudando parecchio e pur riuscendo di rado a far vedere la sua boxe migliore: “Meno male che si diceva che ci avevo guadagnato nel cambio con Forrest – sottolineava a caldo il neo iridato – È stata una battaglia, Spinks è rapido e, come tutti i mancini, davvero insidioso, un pugile completo che però mi ha preso nel secondo e settimo round con colpi scorretti, alla nuca”. Spinks abbandona incredulo e in lacrime il ring, mentre il suo angolo si scagliava contro il giudice Hazard, reo di aver dato cinque punti generosi a Piccirillo. Il campione, però, è lui, che dedica la vittoria alla sua famiglia negando di aver disputato un incontro sotto tono: “Non combattevo da sette mesi e sono stato vivo sino alla fine”.
Eroi di Puglia - Michele Piccirillo - Don King

… e Campione d’Europa

Quella di Campione d’Italia è stata una serata indimenticabile per lo sport pugliese e italiano. Sicuramente l’incontro più difficile affrontato da Piccirillo sin lì, che galvanizzato cambia idea e abbandona i propositi di ritiro. La rivincita, in effetti, non tarda ad arrivare: quasi un anno dopo, sempre al Casinò, Spinks gli soffia la corona, anche in questo caso ai punti, nonostante il disappunto dell’italiano: “Alcune persone pensano che Cory abbia vinto entrambe le volte – dirà – La mia opinione è esattamente opposta: se la rivincita fosse stata dichiarata patta, avrebbero fatto un favore al mio avversario”.
Dopo la doppia sfida con Spinks, Gentleman disputa una serie di incontri nella categoria superwelter che lo portano nell’agosto 2005 allo United Center di Chicago, per contendersi la cintura di Campione del Mondo WBC. Nell’altro angolo del ring c’è un pugile del Nicaragua, Ricardo Mayorga, pioniere e specialista di un’innovativa arte marziale denominata MMA che proprio in quegli anni cominciava la sua parabola ascendente di popolarità.
Venti giorni prima dell’incontro, però, la sfortuna si accanisce ancora: il menisco fa crac e con esso una costola e la caviglia destra. Sembrerebbe impossibile poter combattere, ma con grande tenacia e forza di volontà Michele vola a Chicago per diventare campione WBC dei pesi medi leggeri. Durante la conferenza stampa, poi, Mayorga gliene dice di tutti i colori: sostiene di poterlo mettere ko velocemente e che, anzi, sarebbe andato nella sua stanza d’albergo per aiutarlo a fare i bagagli in modo che potesse tornare in Italia e mangiare una pizza per prendere un po’ di peso. Piccirillo si dimostra Gentleman di nome e di fatto, non raccogliendo le provocazioni tanto da far rimangiare ai giornalisti locali le illazioni su presunte pressioni dei promoter americani che volevano da lui qualche scintilla in risposta per vendere più biglietti: “Sono un combattente, non uno showman”.
Piccirillo sa di non essere al meglio fisicamente e pensa che l’unico modo per battere Mayorga sia mettere a segno un ko. La lotta però si rivela subito durissima. Mayorga gioca sporco, colpisce il pugliese due volte sulla nuca facendolo cadere. Il regolamento prevede che in questi casi l’arbitro non debba contare, eppure avvenne il contrario. Il terzo atterramento, però, è regolare: Michele è colpito alla tempia e perde di 7, 9 e 15 punti.
Quello contro Mayorga rimane l’unico incontro del 2005, ma è una sconfitta dalla quale il pugile di Modugno si riprende in fretta. Tra il 2006 e il 2007 riconquista la corona di Campione d’Europa contro Lucas Konecny e la difende due volte contro Luca Messi e Michael Jones. In particolare, il derby contro Messi ha avuto il risalto di una diretta televisiva nonostante il periodo difficile del pugilato italiano e si concluse con un knock out all’11° round.
Per Piccirillo è il momento di tornare oltreoceano, in Connecticut, a battersi nuovamente per il titolo mondiale WBC. Stavolta Vernon Forrest c’è e si sente: a 37 anni arriva per Gentleman anche il momento della prima sconfitta per ko, seppure all’11° ripresa.

Dai guantoni al caffè

Nonostante sia ormai sul viale del tramonto, nel 2009 accetta l’ultima sfida per il titolo europeo dei superwelter in casa dell’inglese Jamie Moore, ma va ancora sotto per ko. È la quinta e ultima sconfitta di una carriera lunghissima a fronte di 50 vittorie (di cui 29 per knock out!) e un no contestdopo aver praticato la boxe praticamente per 35 anni: “È stata una parte di me e penso continuamente a quello che mi ha dato, ma non mi divertivo più – ha dichiarato – “Non mi piaceva più allenarmi e sacrificarmi come ho fatto da quando ero bambino. Mi son sempre detto che quando non mi divertirò più, smetterò”.
Non si conoscono i motivi per i quali a un certo punto Michele Piccirillo abbia rotto i legami con tutta la sua famiglia, ma si può immaginare come questo abbia certamente influito sulla parte finale della sua corsa. Di sicuro per un po’ il Gentleman ha deciso di staccare con la boxe, aprendo un bar nella sua Modugno: “Non ho smesso perché mi sentissi vecchio: ero ancora integro fisicamente e avrei potuto continuare, ma ormai mi era venuta un po’ di nausea della palestra, un ambiente in cui avevo trascorso buona parte della mia vita”. 
Ben presto, però, la mancanza di quell’ambiente che gli era venuto a noia torna prepotente. Michele ricomincia ad allenarsi, corre per strada ma senza affaticarsi e frequenta un corso per diventare insegnante di pugilato. La passione ritorna ad ardere e la voglia di aprire una palestra lo spinge a cercare di vendere la sua attività per recuperare i fondi che nessuna istituzione ha voluto concedergli nonostante un palmares di livello assoluto: “Da quando ho smesso non mi ha mai cercato nessuno: nessuna proposta dal Comune di Bari, da quello di Modugno o dalla Regione. Per loro è come se non fossi mai esistito – afferma – Ma non appena concluderò l’affare ho intenzione di aprire una palestra, anche perché ci sono ragazzi che mi contattano da Foggia, da Brindisi, da Lecce e altre città dicendomi che vorrebbero essere allenati da me”.
Il suo curriculum e la sua competenza, però, gli valgono qualche gettone come commentatore televisivo per Mediaset e Sportitalia. Ma il telefono non squilla neppure dopo queste positive esperienze. Persino la Federazione lo ignora, nonostante la tanta gloria ricevuta: “Non hanno mai telefonato per offrirmi un ruolo, uno qualsiasi, anche semplicemente come uomo-immagine per rilanciare il pugilato in Italia – constaterà amaramente – Eppure non ricordo un pugile italiano che abbia vinto 13 mondiali come me”.
Michele Piccirillo non è stato solo uno sportivo vincente ma anche eccezionalmente bello da vedere, con un pugilato elegante, raffinato, estremamente tecnico e sempre corretto contro ogni antagonista, giustificando in pieno il suo soprannome. Lui che ha sempre pensato che la boxe si contraddistingue per “il rigore, il rispetto per l’avversario e un equilibrio psicofisico impareggiabile”, lui che raramente si è fatto mettere all’angolo del ring e anche nel momento di appendere i guantoni al chiodo lo ha fatto con grande dignità, non ha ricevuto nel post-carriera la considerazione che avrebbe sicuramente meritato. Ma non è certo una sua sconfitta, piuttosto di chi non è stato in grado di valorizzare il tesoro inestimabile che un atleta del genere può costituire per il suo territorio e per tutto il movimento sportivo nazionale. E Michele Piccirillo, il pugile gentiluomo, non ha mai nascosto la sua mortificazione a riguardo anche a chi, ogni giorno, passa da lui per prendere un caffè e ringraziarlo per le emozioni che ha regalato sul ring.
D’altronde, come scrive il grottagliese Rossano Astremo: “A differenza dei maschi in genere, il pugile non ha paura di mostrare anche le proprie debolezze e in questa sorta di outing, forse terapeutico, catartico, riesce a conoscersi, a comprendersi a fondo, quindi a migliorare sia come sportivo sia come essere umano”.
Luca Brindisino

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*Credit Immagini
(1) OaSport
(2) Boxerinweb
(3) Ringinside24
(4) Boxe mania
(5) Rai2
(6) Carlo Pozzoni
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